Logik und Polizei. Principio di non contraddizione e manette.
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[la vanità e la solitudine m'han spinto (finora) a tornare su questo blog un numero di volte pari a: *loading* - numero, ne convengo, un po' eccessivo]
Noi siamo nei passaggi dell’essere. Se piove, corriamo sotto gli archi e ci quietiamo.
E’ volontà: che si scelga di alimentare la volontà o il suo contrario.
Esistono vite perfettamente compiute sia nella disperazione che nella conquista.
Esiste il perfetto eremita, esiste il perfetto viveur.
Ognuno di loro trova ciò che cerca, si nutre del senso che si concede e asseconda con la facilità dell’abitudine la propria risoluzione. Alcuni scelgono ciò che vien loro più semplice (e in questo si risparmiano di gettare un po’ di dubbio sulle attività del vicino di casa); altri pongono in questione radicale ogni costume. Ma ognuno di loro ha una porta aperta sul suo prossimo istante, una parola che viene dopo quella appena pronunciata. La somma dei dolori e delle gioie si equivale, contagiandosi per osmosi sociale.
Non possiamo sperare che un giorno l’umanità trovi un ostacolo alla sua fine.
Essa non troverà altro che una piacevole pendenza fino al precipizio, ché anzi, quella via è particolarmente sollecitante. S’alimenta di sé, s’entusiasma del moto, e per confermare a sé l’inevitabilità di quell’ebbrezza meccanica vi si concede tutta. Ogni muscolo è felice della forza del gesto, e l’averlo intrapreso è un sufficiente motivo per portarlo a termine.
Nessuna respirazione è interrotta dal pensiero: non ci sono obiezioni a ciò che è.
Non un fantasma, né un Dio, né un semplice atto di modestia ci salverà né in quanto singoli né in quanto specie.
Tutto è una diretta e ininterrotta conseguenza dell’essere nati.
Non facciamoci ingannare da questa o da qualunque prosopopea: per la natura siamo muti, sordi, ciechi e senza gusto. Dovremmo ricordarcene.
La società ci costringe a tenere a mente, ricordare, e prender parte alle nostre sorti come in un incalzante orribile gioco di ruolo. A lanciare i dadi ancora una volta. E tanto più funzionante la vogliamo, questa convivenza, tante più mutilazioni ci infliggiamo.
“Per il nostro bene”.
Poche ebbrezze si comparano allo scioglimento d'ogni intenzione di vita su lenzuola fresche durante ed oltre una tempesta di sonno.
Sentivo qualche giorno fa un idiota che non ricordo elogiare le molteplici possibilità della vita attiva, l’entusiasmante miracolo per gli uomini di poterci votare a mille interessi, soggiacere a mille passioni, applicare strategie per poter bypassare la noia orribile che proviene dall’inazione. “Non siamo mica vegetali, eh", ghignava mefitico.
Così ho comparato la sua noia alla mia, la noia anfetaminica che fugge il tempo senza trovare altro che tempo e quella di chi, come me, col tempo giace incestuosamente, nel più sbracato dei rapporti. Le pareti delle lancette triturano un corpo che si lascia effigiare di sangue come Iggy Pop su un palco nei primi 70.
Di quel dolore sembra siano le membra a tenere il ritmo; quelle ferite appaiono come il gazzettino quotidiano degli argomenti. Sono come chi tutto abbia preso a comprendere e tutto possa dimenticare.
Da un certo punto in poi ogni morte è uguale, ogni gesto ugualmente estetico: è l’adolescenza la piaga terribile, la piaga della pianificazione coatta ed universale. Il suo odio per il niente, per quel livello più distante di silenzio che s'attinge da una passeggiata a piedi oltre la troposfera della psiche. Questo oggi mi vive, e mi dorme.
L’anonimato, la parola meccanica, lo spirito sconsacrato.
E’ sempre una questione di forza.
Allontaniamoci da terra: la dolce quiete della contemplazione lascia il posto al brulicare delle forze in gioco. La democrazia come forma di potere diffuso è, in quanto principio, un’utopia irrealizzabile. Di fatto al suo interno, ridotto a cornice vuota, s’agitano e si installano forze che vincono sulle ali della suggestione e della pianificazione. Di un potere seduttivo e ferocissimo. Forze che della credulità della e sulla democrazia, dei cittadini deleganti, hanno fatto un gioco di ruolo di cui solo essi conoscono tutte le regole non scritte. E la prima è: la democrazia è una copertura, un ossequio formale. Un presupposto innaturale come presupposto innaturale è Dio. Affermati con lo stesso disprezzo dell’intelligenza delle vere forze in gioco.
D’altra parte chiunque avesse un minimo di conoscenza storica non faticherebbe a demolire ogni suo presupposto. Un patto politico può sussistere soltanto fra pari, tra forze equivalenti, fra partecipanti dotati della medesima comprensione delle cose e capacità.
La falsità dell’idea del bene comune, per tutti medesimo, giustifica che indifferentemente questo o quello se ne impossessi per delega indiretta.
Solo il male comune sarebbe ora per me bene. La fine della comunità e l’inizio della libera scelta. L’inizio di un’altra battaglia, ancora più feroce, una battaglia questa volta vera, ove ci riappropriassimo di distanze non più mediate, di timori non più simulati.
E la storia ripartirebbe da capo, con la violenza che oggi non ha più se stessa da corrodere.
L’immagine angelicata della donna è quella sporgenza oltre l’autonomia che istituisce e giustifica la sua immagine deteriore. Non eccellere nella finzione, essere uno strano ibrido d’indipendenza e moina, dire la verità e poi subito dopo comprenderne la dannosa utopia, la repentina ritrazione dalla vita che implica la costruzione di bunker di senso nel grembo più intimo e odioso del flusso; tutto ciò la espone alle lacune ritornanti della sua storia e le cuce addosso un abito di necessità imperfetto se non nella sue più alte manifestazioni. “Sii bella e taci”.
Con il più che fondato rischio che non sia né bella né sappia tacere. Che in sostanza le si rimproveri ciò che nell’uomo è istituzionalmente abituale in quanto fruitore di angeli.
D’essere indegna dell’idea storicamente data: sfuggire ogni attesa. Pur più lenta nei gesti di sottrazione, recalcitrare alla personificazione, recalcitrare all’infinita manipolabilità dei propri dati personali e genetici.
Una donna con personalità è ancora oggi discriminata. E ci mancherebbe altro: sia detto a sua difesa. In nome di una nuova sistematica denigrazione dell’essere umano maschile.
Non è che io metta le mani avanti. Però so chi siete, uomini di diverse stazze morali, voi che mi state accanto, voi che adesso (e non più ieri, non ancora domani) trovate me un buon argomento fra noi, una numerosa serie di spunti difficoltosi che io ho raccolto e che voi volevate soltanto svuotarvici i polmoni.
Voi non sapete ancora che con certezza una certa mia veemenza vi ferirà, che certa mia intelligenza vi sembrerà compiaciuta ed estrema. Ci sono mille motivi per cui con certezza il vostro odierno amore si volgerà in astio e competizione. Forse per poco, forse per sempre.
Ho avuto questa idea di dirvelo adesso, un po’ compendiando 33 anni di mai abbastanza disonorante carriera di pensatore (incluso depensaggio), sapendo bene che pochi resisteranno al tempo e alla durezza che gli compete.
Da amico io amo infliggervi tutti i colpi che mi capiterà di provare il desiderio di infliggervi. Non è tutto relax essere amici miei, e ci mancherebbe altro. Non pretendo che tutte le pelli siano ugualmente dure; la mia poi non lo è sempre.
Ma vi avverto sin da adesso, se ritenete che possano essere futili i motivi per cui potreste disinteressarvi a me, consideratevi da subito degli imbecilli. Un tono di voce, un parere su argomenti micragnosi come Dio, lo stile, i sentimenti, la psicologia.
Se siete davvero così attaccati ad un minimo batticuore, all’umore che una piccola verità psicologica che vi indico può mutare, se credete che a me piaccia competere nelle stesse vostre cose (che poi sarebbe a dire nella vostra vita) vi sbagliate. Sono io, per me, il riferimento.
In me entrate voi, e state quanto vi piace, se piace a me.
Ma qui non vi sono tutte requie, non c’è tutto un respirare gli odori della primavera. Voi non lo sentite, ma appena qualche passo oltre c’è un mattatoio. Accanto voi, che parlate di cose squisite e da anime nobili. Che vi trastullate con intelligenze fini a sé, ovvero al nulla.
Qui si sta in guardia, si pratica una certa disciplina spirituale, e la mollezza dei sentimenti delicati deve essere sempre conquistata a prezzo di battaglie che coinvolgono tutto quanto siamo.
Offro spesso la mia amicizia brandendo una spada.
Viceversa il mio disinteresse si mostra con una certa distratta blandizie. Visto che non costa niente, iniziate a fare esercizio da subito, e andate al diavolo.
Così, d’ufficio, con affetto.
Si torna con molta più esperienza dall’inferno che dal mondo delle buone intenzioni.
Non c’è molto da fare, ma ci sono molti alibi.
Stante quanto ci s’insegna nelle scuole, abbiamo tutti il dovere di star male. Che abbiamo, godendo dell’impettirci, reclamato come diritto. Per poter implorare il favore di essere guariti, e sempre precariamente.
C’è una presa di posizione non sfumata ma nettissima a favore dell’infelicità. Ci stanno tranquillizzando ipotizzando sia nel DNA. Ci sono i mezzi scientifici che consentono di raggiungerla più velocemente possibile.
Entrare in rete, saper collaborare, esser felici di devolvere il più possibile alla comunità, dover sempre bussare a questo o quell’ufficio, a questo o quel valvassino.
Ci si specializza in qualcosa. Una cosa nobile, interessante, fondamentale per la società. In altri termini, ci si immunizza dal saper garantirsi la vita da soli. E si offre come merce di scambio la propria specialità.
E’ una dipendenza che ci spinge a coltivare con parecchio pathos la necessità di ritrovarci sempre attorniati da qualcuno. Sempre qualcuno che dorme nel mio bagno e mangia con noi.
Di fatto, sprofondato nel mio cuscino, io puzzo di altri. Condannato a pensare a qualcuno. Fosse anche per esporgli la mia nuova canzone. Mi costringo ad essere qualcosa, e peggio ancora: qualcosa di diverso.
La complessità è un terribile alibi. Un’impostura. Siamo poche funzioni e quella sottile lamina magnetica di informazioni ostinate che riteniamo stabili.
Con il resto paghiamo i debiti di gente che ha voluto pensare per noi.
E che, come specialità, dipende dai suoi dipendenti.
Poi accade che alcuni pensieri, vivi come fermenti ejetti in yogurt altrui, prendano a vivere di sé.
Altrimenti torniamo alla metafora del grande campo, in cui tutto serve a tutto. No: piuttosto, che la pagina si collochi ben oltre le piste battute, trasversale rispetto ai sentieri inventati dalla monotonia di certi passi narcisisti. Se c’è casa c’è indirizzo, se c’è memoria c’è debito.
Hai reclamato un nome? Questo decreta il numero dei dobermann che dovranno difenderlo.
Chi sono i miei ospiti? E’ questo il loro dietro-collina senza sguardi? Il loro campo di mais alto? Qui io vengo a perdermi, e a giocare a figurine con le mie foto segnaletiche.
E’ il bisogno di compagnia, di totale complicità. Che sia vera, falsa, solida, fragile, contingente, strutturale: questo non ha qui peso. Sia questo sciatto luogo più pornografico di un bordello.
Se i sensi sanno prendere sul serio le parole e non le soffrono, se amano masturbarsi sfregandosi i cubi di gomma sui genitali, questa sarà la casa dell’amore.
Quanto è dolce condividere l’incondivisibile follia. Quando ogni gesto di totale solitudine si camuffa da reazione comunicativa, come movimento duplicemente ingannevole, come fraintendimento estetico.
Non importa perché tu sia qui; ma se ci sei ci sei. Non vuoi niente. Vivi gratis.
Prima o poi dimenticherai.