river flows

*so long*

    

 

[la vanità e la solitudine m'han spinto (finora) a tornare su questo blog un numero di volte pari a: *loading* - numero, ne convengo, un po' eccessivo]

 
lunedì, 12 maggio 2008

Già verso mezzogiorno mi ritrovo gli abiti imbrattati di socialità. Già stanchi, emanano l’odore di corpi che non sono il mio, mio compreso.E non sarebbe un problema se ciò potesse bastare a sé, se la patina di percezioni votate alla pantomima dell’esistere sotto il macigno della previsione non si facesse impermeabile, se la primavera non richiamasse in certe brezze improvvise archetipi d’un elemento totalmente estraneo al contesto. Nudo, profondo, incolpevolmente mnemonico; la fantasia deve avere le sue roccaforti nei sogni o in quegli stati passeggeri che ci ghermiscono quando, per rapidi scorci, riusciamo a scrostarci la socialità di dosso e che, come ultima difesa, la società stessa tenta di imbrigliare tramite i suoi canali semi-occulti. Il termitaio accetta la metafisica soltanto quando può governarla, servendosene come d’ipnosi strutturata, quando può ad essa dare un unico senso e direzione utilitaristici. L’ineffabile trova applicazione solo nella sua irregimentazione confessionale, nelle pulsioni controllate dai limiti dell’ordine. Le mie immagini soavi devono essere generate da Dio e a Dio devono approdare, altrimenti ben servirà uno psicologo, affabile militare al servizio della pulizia della psiche, della normalizzazione funzionale dei pensieri.
Come potrebbe essere che certe pulsioni non abbiano spiegazione? Se devono essere controllate occorrerà che abbiano una causa indubitabile da cui far discendere le cure. Non c’è molto di più ridicolo di colui che si è fatto abituare a percepire la disfunzione del tempo vuoto, l’assolutezza delle proprie voglie, e porta la croce della sua noia come l’effetto di una patologia subdola. La salvezza è la comunità, il gesto ben regolato: giorni fa uscii di casa e senza niente da fare. Me ne accorsi solo a metà del percorso. Fui preso da una specie di senso di colpa, e mi resi conto di non poter non destare sospetto: ora sedevo su una panchina fumando una sigaretta, ora osservavo i bambini galoppare i loro cavallini di plastica alla villa comunale, poi mi alzavo per far qualcosa che subito dimenticavo o avversavo, e tornavo a sedere. Incontravo un amico e inventavo strane storielle su come stessi. Non è granché come passatempo ma riesce spesso a divertirmi sentire come un cittadino annaspa quando non rispondi “bene!” alla sua domanda e lo fai velocemente. E’ solo lì che si accorgono di aver posto una domanda.
Poi di colpo giunse la coscienza sociale. Mi accorsi dei carabinieri dallo sguardo interrogativo, degli sguardi dei vecchi che scrutano dalla pensione con bonarietà se non li spaventi facendogli intendere, marcando i gesti, cosa tu stia facendo. Così decisi di dover avere uno scopo: far finta di andare alla posta sarebbe andato benissimo. Comprai una cartolina ed un francobollo, scrissi qualcosa sul retro e spedii ad un indirizzo inventato. Ma prese poco tempo. Non far nulla aveva occupato un paio d’ore, fare una cosa pochi minuti. Immaginai la gran mole di attività in cui avrei dovuto impegnarmi per arrivare alle otto, ma per non destar dubbi di sorta e pensare con relativo agio entrai in un bar e consumai controvoglia un succo di frutta. Feci un giro fino a una libreria lì nei pressi e chiesi alla commessa di un certo libro di cui ricordavo vagamente l’argomento, chiedendo se per caso avesse idea di cosa fosse. Mi avrebbe sorpreso non poco se l’avesse fatto. Intanto ero già stanco e quei piccoli gesti che in circostanze diverse sarebbero stati forse motivo di piacere mi avevano fiaccato ed escluso da quel giorno.
A casa c’erano queste foto di una modella che aveva destato scalpore per aver esposto i nudi seni ad appena sedici anni e la trovai bellissima. Immagino che buona parte di quella che oggi viene chiamata pedofilia affondi non poche suggestioni nella considerazione della non ancora perfetta integrazione al mondo psichico degli adulti dei suoi oggetti. Questa ragazzina dagli occhi tra il celeste ed il verde era stata sottoposta nel servizio al consueto gioco dei giornali di moda di indossare cento abiti diversi, posizionata in contesti fotografici che riproducevano varie tipologie di ambiente; ora cavallerizza, ora scolaretta, ora spietata padrona con frusta per giochini adulti, ora giovane hippy, ora seriosa donna in carriera. Pur in una generale atmosfera di stress il trucco come al solito funzionava, ma la circostanza che sottrasse alla società tutta la mia vita in un minuto fu, sfogliando l’ultima pagina, vederla nuda, immersa in una vasca con le bollicine e lo sguardo che finalmente rivelava senza contraffazioni la sua vera condizione di infelice. Solo allora riuscii a collocarla fra le mie fantasie, e a sentirne una certa mancanza. Non credo fosse per l’età. Non mi capita spesso di invaghirmi di una adolescente ed immagino che sia perché la minaccia mediatica di una società che ha paura di sé faccia un buon lavoro di prevenzione sui ricordi di quella fase così intensamente emozionale della vita, dove il centro pulsante dell’universo è il corpo di una coetanea. L’attrazione per una donna ci è consentita solo quando tutti gli elementi della sua esperibilità sociale sono vistati positivamente. Da par mio ho una certa propensione per le migliori amiche della compagna, o persino, in certi casi, per le madri. Una donna sposata incuriosisce i miei archetipi più di una donna che cerca l’amore. Non resisto alla forza dirompente della sua noia, unica traccia di metafisica in una vita precettata. Un ben ridicolo segno di ribellione psichica, ne convegno, eppure tanto forte da poter di colpo sovvertire cinquemila anni di quieto vivere.
Ma non è l’età, la condizione, il genere; credo sia piuttosto il maggiore o minore grado di aderenza a questo lavorìo mentale che inizia il giorno della nascita, a questo bene sociale che è la riduzione a scopo di ogni singolo attimo ripetibile. Non è forse quello che chiamiamo amore principalmente una spinta verso la liberazione da ciò che cronologicamente e ontologicamente lo precede? Una potente immagine della mente che apre il medesimo squarcio che la sua istituzionalizzazione richiude come le sbarre di una cella di detenzione?
Ecco come c’inganna, ecco come accettiamo che c’inganni, ecco come lo proteggiamo a spada tratta quando anche due sole persone che dialogano ricreano in vitro la società ed i suoi mezzi di controllo.
Dinanzi alla nostra sessualità non condivisa ognuno di noi è né più e né meno che un segreto distretto molecolare della Stasi estgermanica.
Ma l’attimo se ne sta lì acquattato, sempre studiando le circostanze per volgerle alla negazione, per sovvertire il peso (ed alleviare la tremenda fatica) di essere ciò che si è scelto di essere, di cancellare di netto in un impeto di sensi tutte le voci sulla lista della spesa delle nostre scelte irrevocabili.
Di fronte alla sua essenzialità un colpo di pistola alla tempia contiene più gioia, più libertà, più amore.

Postato da: venator a 14:32 | link | commenti (2) |

domenica, 04 maggio 2008

Come una fotografia di me bambino, che osserva un tempo che non c’è ancora da un angolo che non c’è mai stato. Continuo a guardare fuori, verso un punto piccolo, fisso, che sembra un obiettivo fotografico ed è molto più e molto meno. Guardo oltre il tempo, oltre quel momento, oltre tutti i momenti. Che sia oltre non significa nulla, è come niente. Guardo come ipnotizzato. Sono ipnotizzato. Dietro scorre la vita col suo ritmo compatto nel non essere che sfondo, ma quello che importa è che sia dietro e con questo gioco di prestigio appaia davanti, piccolo come un punto, ma ancora più piccolo. Mi consente di guardarlo, come se vi fosse qualcosa dietro. Non fisicamente, ma come se vi fosse qualcosa dietro. Una compiutezza, una parvenza di desiderabilità, forse anche un piccolo gesto che si possa compiere in assoluta aderenza ad un destino. Ma è un gioco matematico, un mondo architettato per adempiere una soluzione per cui occorresse conoscere tutto o penetrarne il segreto. Guardo e a guardarmi guardare sembra molto meno: sembra un bambino istupidito colto in un momento di pensierosa malinconia. C’è una profondità che non c’è, che vi appiccico per dare un senso al mio osservare adesso. E ancora vorrei che guardasse me, prima di perdere il valido e labile motivo per essere stato e continuare a guardare. Lo guardo ed è per riferirne: non m’inganno, servono parole che trovino modo per reclamare che esisto. Servono parole per sedurmi e sedurti della mia seduzione imposta da quello che pare, ed è, un nulla. Immagino di aver voluto conoscere un altro mondo dietro questo, immagino di scrutare con silenziosa violenza il punto e intimargli di rispondere. Ma questo è solo un modo per dirlo: so che non c’è niente lì, e so che non c’è niente da dove guardo. Eppure, guardo. Non basta questa consapevolezza per sottrarsi alla malìa dell’osservare. Quell’obiettivo dovrebbe allora, caritatevole, sottrarmi l’anima e renderla osservabile. Potrei vivisezionarla. Cavarne parole, senso, qualche gesto che non sia solo questo muto fissare, ebetudine inesplicabile. Forse ho qualcosa alle spalle: un mare, una strada, un armadio. No: lo sfondo è bianco e solo il viso sembra possedere la scena. Ma è lo sfondo che avanza e costringe gli occhi alla solitudine di un interrogativo. Un interrogativo che non implica risposte e si ostina a guardare. Come un pesce dall’acquario. Come un dubbio in un ricordo.
Fisso la foto. La foto fissa me. Come specchi. Al posto mio potresti esserci tu. Mi leggi. Mi guardi. Ti domandi cosa voglia. Immagini delle risposte e te le riferisci. Ti guardi in me specchio. Ti specchi nel mio nulla, e “mio” è solo qualche colore accidentale, una secca filigrana di passato ingiallito. Che non muore senza esser mai nato. Che risponde ossessivamente come un matto che trae verità da ogni oggetto in cui si imbatte, e si muove lungo un tragitto che è un destino ed al contempo un puro accidente. Quant’è bello quando un micragnoso istante ispira un poema. E non per il poema. Perché in quegli attimi gloriosi sembra che qualcosa valga lo sforzo delle labbra e l’immedesimazione nella vita. Tutto fluisce. Sei nel punto giusto. Guardo la tua foto. Forse sei il punto giusto. Forse è una maledizione quella che prevede una soluzione unica per ogni istante unico. Qualcosa che faccia muovere la schiena. Qualcosa che richiami la natura vegetale, i crepitanti cespugli in cui mi persi da bambino, sotto alberi secolari. Sempre l’ultimo pezzo del puzzle, prima che imparassimo a sostituire l’immagine con un’altra immagine e fotoritoccarla. Ecco, fisso la foto come se mancasse solo quell’unico pezzo dell’unico puzzle. Come se per sopravvivere fossi destinato a nutrirmi non di quel particolare ingrediente, ma di quella molecola specifica, fingendola diversa da quelle in commercio. Qualcosa in cui imbattersi in un pomeriggio incantato quando le fronde si richiudono su se stesse come invocando una sparizione ed un mistero. Come rimanere sempre quel bambino in quel punto nella sua unica vita che si squaderna nello spazio infinito ed è pronto ad inaugurare un regno immortale o un silenzio inestinguibile. Non puoi fare nulla per me. E se ti offri con il tuo silenzio, se ti innamori del mio, se anche tu mi fissi come un obiettivo che renda conto della tua anima, beh, per quanto potrò fingere? Per quanto potrò rimanere raccolto tra le mie membra per farti orientare in questo cosmo palustre, quanto potrò rimanere conficcato nella terra fragile con la freccia puntata verso l’orizzonte? Ho queste parole che girano, sempre uguali, attorno a un perno infisso dal caso su un suolo precario. Poi mi dici che non sei tu, dietro quel punto. Che non esistono molecole diverse da altre. Se si aggregano sanno quel che fanno e la regola è assoluta, matematica, non magica. Che non serve a questo scopo portare a spasso la propria esperienza. Ovunque vada, qualcosa succede. Fai bene. E’ così. E’ la saggezza. Esecrabile quanto vuoi. Con l’orribile peso che carichiamo sulle nostre spalle appesantendoci ma illudendoci di poter guadagnare la leggerezza definitiva.
Sto ancora osservando il punto, l’obiettivo. Obiettivo: 1) infallibile. 2) finalizzato. 3) che obietta.
Ma sembra che sbagli, che non abbia uno scopo, che non ci sia niente da obiettare perché non si sa che domanda porgli. Ecco allora: manca la domanda. Lo osservo per capire cosa chiedergli.
Ma se c’è un senso il senso è che continui a chiedere. Anche se è irragionevole.
Ciò è quanto resta di aver già capito.

Postato da: venator a 01:47 | link | commenti (2) |

venerdì, 25 aprile 2008

Com’è forte l’idea giusta, quando saltando tutte le spese per la tappezzeria nuova e in un silenzio confortevole di azione parzialmente riflessa stipa gli oggetti di ogni percezione nella perfetta quadratura del cerchio! Il pensiero è come la schiumetta d’un mare lievemente increspato, mentre sdraiati sotto il sole ci si gode lo spettacolo prevedibile della copertina di ogni cosa.
Sotto quel livello agisce l’oceano, e vivono milioni di specie a milioni di diverse profondità. L’azione umana è rapida, simbolica, confortevole: ci si limita a deciderne la collocazione sul palco, le si adeguando due musiche di sottofondo e ci si balocca con una trama minima, una direzione di sviluppo automatico concessa dalla stringenza della logica unica e dei suoi corollari.
Convincersi di qualcosa, affermarne l’idea è dare il via ad una placida dittatura di conseguenze preformate, di deduzioni agevoli, di gesti compiuti.
L’uomo preferisce credere a qualcosa, non importa come vi sia giunto e sotto la spinta di quali bisogni; una volta scelta la subopzione trova immediatamente una collocazione nel ventaglio di possibilità semplici che ne caratterizzano la forza operativa. L’uomo ha questa specifica facilità di concordare con sé e con potenzialmente tutti gli altri, purché sia ben chiaro lo scopo da raggiungere. Dato un sistema di pensiero vigente si dà concomitantemente un sistema di difesa dalle alternative. Tutto ciò è finalizzato alla collaborazione, e ogni collaborazione è finalizzata all’adempimento di un potere sul reale. Occorre che questo reale sia poco riflesso, e che si consegni, usando una terminologia ben rodata, all’evidenza del reale stesso. Esso dunque, ben lungi dall’apparire come il plasmabile sostrato d’ogni ulteriore dinamismo è intercettato come statico. Retroagisce come rinforzo, celando la sua natura instabile e offrendosi come scudo ad un cambio di paradigma troppo repentino, che metterebbe in discussione eternamente ogni gesto e renderebbe la vita incerta.
L’idea di Dio, di giustizia, di diritto. La società si fa garante di alcune norme fondamentali nell’interesse d’un popolo (storicamente sempre più numeroso e compatto) e prescrive l’adattamento di ogni singolo ad un volere consociativo con referente oggettivo ed impersonale. Pone a difesa della razionalità tutta una serie di mitologie, di farse, di terrori. L’uomo ben integrato si conforma ad esse, utilizza quel materiale per rinforzarsi vieppiù sulla strada dell’affermazione. Essa passa attraverso una preliminare e fondamentale rinuncia a sé, o per meglio esprimere, attraverso una conformazione di sé al modello culturale che se da un lato moltiplica le possibilità di affermazione (con tutto il potere in delega che conferisce) dall’altro svuota la “dividualità” (che qui contrapponiamo al feticcio dell’individualità) dell’essere.
Chi afferma il proprio nome con la certezza della propria esistenza deve anche poterla quotidianamente corroborare con una lunga e noiosa serie di argomentazioni identitarie, le quali oggidì si trovano a disposizione di tutti e a prezzo stracciato. Perché la comodità della vita ed il vacillare del senso sottoposto alla fatica d’una storia per molti aspetti fallimentare offrono il fianco ad un nemico potente, ad una noia storica che langue nel mito d’una libertà che i mezzi sin qui approntati non realizzano se non a prezzo della sua più radicale mancanza.
Se la libertà è sempre libertà da qualcosa l’uomo percepisce che, giunti ad un grado estremo di libertà dagli elementi primordiali, dalle belve e dall’incertezza della sopravvivenza nondimeno per garantirsi ciò egli si è accollato la più tremenda e oppressiva delle dipendenze: quella da un io scandalosamente parziale e militarizzato, da un io che ha regole estranee agli impulsi stessi che lo hanno confezionato e che, se solo fosse abbastanza lucido da considerarlo identico a quello degli altri milioni di persone che lo hanno condotto sin qui, gli farebbe orrore.
Egli lo sente, e si rifugia nella velocità.

Postato da: venator a 13:16 | link | commenti (2) |

martedì, 15 aprile 2008

La mente è un ultracorpo. Lascio scivolare i pensieri come una biglia, bassi sul pavimento, calcolando il grado di levigatezza della superficie e la pendenza. In stato di quiete la biglia riposa fra i cuscini della pigrizia, ferma nel trono della comodità dell’abitudine al niente. Cosa accende la mia mente forse è prevedibile, forse no. Riconoscerò cosa sottendo adesso fra vent’anni? La mente non conosce il futuro, assottiglia il passato e sguazza nella sua parziale contemporaneità. Ed è quando si nasconde le sue evidenze che prende a prestito gli elementi della natura per ingannarsi, e s’inganna perché deve poter giustificare l’empasse dell’azione. Milioni di pagine e di note vengono fuori da modeste biologie e dai modesti eventi che le sollecitano, comunque, alla produzione di segni.
Se dimenticassi la materia sottostante un nuovo cielo s’aprirebbe allo sguardo, svincolato dalla consapevolezza, dedito unicamente al desiderio d’un infinito slegato dalla gravità, dal buon senso, che si fregiasse di combattere la greve concretezza degli impedimenti alla propria realizzazione. Che tale “realistificazione” sia perlopiù la compiacenza ad impulsi incontrollabili e una naturale valvola di sfogo l’accetto, ma vi aggiungo una componente mistificatoria posticcia.
Mi è negata la disperazione assoluta, quella che intravede oltre sé un fine incondizionato e gli insormontabili ostacoli della vita atti a precluderne la realizzazione. Dal luogo in cui mi trovo osservo il corpo nella sua spastica tensione verso un punto d’attrazione e, con la stessa ineluttabile evidenza, gli ostacoli che pongo fra me ed esso. Tutta la produzione, l’oceano della creazione che impiegando il mio tempo, mi allontana vieppiù dalle cause che l’ingenerano.
Se ci si nega l’azione palliativa rimane soltanto il pensiero. Rimane una biglia, un gioco apparentemente autosufficiente, la ricostruzione di un mondo fittizio, solitario, che assorba la volgare matrice animale e la sublimi immolandola alla necessità di mantenersi in contatto con quanto, in assenza, la guida.
Sono attimi. Durano un giorno, una settimana, un anno; dipende da quanta continuità poetica (e perciò ingannevole) sono in grado di garantire. La fisiologia scende a patti con il caso; valutate le circostanze e le possibilità decide quanto lasciar durare il secondo grado d’illusione. Il primo grado è metafisico, il secondo fisico. La massima potenza d’un organismo desiderante è secreta quando tali gradi collimano in uno, ma mediamente l’esperienza opera quella diversificazione che aliena la totalità del gesto. Parzialmente dunque, sapendo che il fine del desiderio non ha soluzioni ma solo una storia. Essa si narra per finzioni multiple, per pretesti scialbi, per debolezze controllate.
Che la biglia scorra, ed invano, è preferibile alla quiete del non morto, del predestinato, del consolidato.
Ma non ingenera emulazione. Si espone, accetta l’imperfezione garantendosi di poterla diuturnamente esercitare. Non v’è niente di più dolce e al contempo straziante che avvicinarsi passo dopo passo al simbolo della propria inquietudine, inventando di sana pianta i capitoli di una vicenda altrimenti identica a sé nei secoli. Ogni amante, anche il più infimo, crede di essere un novatore.
Ogni amore riguarda un certo grado di sporcizia psichica. Se non si è in grado di inquinare la maggior parte delle evidenze e occultare un paio di prove di senso opposto c’è da immaginare di non trovarsi nel campo del desiderio, quanto piuttosto in quello dell’igiene. Che non è necessariamente benessere. Mai la vita mi appare tanto asettica  come quando un certo grado di compiutezza l’accarezza distratto, come quando alla fine di un lungo puzzle il risultato appaia equilibrare il debito dell’immagine ancora nulla. Ma dal momento in cui prendiamo a comporlo ogni singolo incastro reca seco il proprio senso, il proprio motivo e un nuovo incitamento.
Compiuto l’appendiamo accanto alla pergamena di laurea, e come essa la vita che si è consumata nella sua attesa non è che un pasto già digerito, un obolo all’oblio.
Se solo in me non si mescolassero così drammaticamente la più splendente salute e il più devastante dolore dell’incompiutezza potrei optare per un significato univoco. Potrei permettermi o l’animale ciclicità o la divina indifferenza che si contempla.
Vivo invece, e mi accapiglio nell’invenzione perpetua alla domanda “come va?”. Io creo ed io distruggo, spinto unicamente da un brivido inestinto di estetica viscerale.

Postato da: venator a 15:05 | link | commenti (1) |

lunedì, 07 aprile 2008

Da dove proviene la volontà?
Se ogni organismo ha la tendenza ad affermare se stesso nel regno dell’essere (qualunque stramba cosa questo sia) esso vive per sé e lo fa nello spasmo delle proprie fibre protese. Tuttavia non possiede la facoltà di trarre da sé medesimo gli elementi della propria sopravvivenza e, in termini assoluti, è dipendente. La sua causa è sé, il suo punto di riferimento è tutto il resto. Solo una specie pacificata potrebbe decorare il suo transito materiale con raffigurazioni di splendente, permanente bontà. Una specie pacificata o una specie mistificatrice, le cui mistificazioni siano funzionali allo scopo. Occorrono molte condizioni affinché una specie giunga ad una simile illusione. La storia suggerirebbe che solo laddove la “bontà” sia utile essa venga
formalmente praticata o almeno simulata. Studi etologici ci hanno fornito la certezza che molte specie animali in periodi di sovrappopolazione assumono istintivamente il ruolo di selezionatori.
Desmond Morris: “noi sappiamo dalle ricerche svolte su altre specie in condizioni di sovraffollamento sperimentale, che arriva un momento in cui l’aumento della densità della popolazione raggiunge un grado tale da distruggere l’intera struttura della società. Gli animali manifestano malattie, uccidono la prole, combattono con cattiveria e si mutilano. […] Alla fine si ha un numero tale di morti che la popolazione viene ridotta ad una densità minore e può ricominciare a riprodursi, ma non prima che un catastrofico sconvolgimento abbia avuto luogo.”
Se la vita stessa di molte specie dipende dalla collaborazione sessuale di due individui capiremo bene in quale singolare condizione di amicizia/inimicizia vicendevole siamo costretti a vivere.
Profondamente ambiguo è tale rapporto. La nostra propaganda autoinflitta di specie ha coagulato attorno alla forza di attrazione sessuale una serie suggestiva e fittizia di significati positivi, facendo della sua immagine sublimata (l’amore) uno degli scopi dell’esistenza. Anche la mantide religiosa femmina, se vivesse nelle nostre città, farebbe una pubblicità simile al più naturale dei gesti. Il sacrificio del maschio durante la copula si ammanterebbe ineluttabilmente di contenuti culturali mirati alla persuasione. Certe antiche civiltà (e non ci si lasci ingannare dall’aggettivo e dai suoi falsi sottintesi) usavano sacrificare giovani affacciantisi al  rigoglio dell’età adulta sull’altare del Dio protettore. E' certo però che “vittima” sia una qualificazione posticcia, provenendo piuttosto dalla sensibilità di chi giudica che dalla fermezza scientifica di chi la studia. Sembra infatti che costoro attendessero per lungo tempo tale onore e andassero incontro al macello colmi di riconoscenza al Dio.
Quale guerra non ha avuto mai dei “motivi”? E quale motivo non ha mai costruito tutto un mondo di suggestioni attorno alla sua causa biologica?
Qual è il motivo di ogni gesto, e quale la volontà che lo guida? I sostenitori del libero arbitrio la posizionano nell’intimità del “soggetto”, nella sua facoltà di sperimentare il “Bene” come oggettività pensabile. Non rimane dunque che adeguarsi a tale diafana epifania, pubblicizzandola magari il più possibile. Ma chi ha posto tale idea in noi? Non noi stessi, ma Qualcuno o Qualcosa di al di là del Male, un’Entità che avrebbe scelto una particolare specie per affidarle la propria Verità. Dunque non il Dio di tutte le creature, ma il Dio dell’uomo. Per questo Dio ogni animale è felice del macello e la sua sofferenza serve la causa suprema dell’ominizzazione.
Le religioni monoteiste, si sa, non sono mai state granché propense a spartire la Rivelazione. Esiste un unico Dio e il suo volere (che suonerebbe imperscrutabile ad un altro animale avvezzo a teorizzare) si adatta ad ogni creatura in maniera armonica. Ciononostante esistono svariati dèi, alcuni perfettamente sovrapponibili (se non per quisquilie dottrinarie) che secolarmente hanno spinto in nome loro i propri protetti a maciullarsi vicendevolmente, come oggi alcune frange di tifosi di questa o quella squadra di calcio. In nome di un’appartenenza e senza mai intaccare la produzione pubblicitaria. Le guerre economiche della modernità ricalcano questo ancestrale modello.
Senza la bellicosità sembra che gli esseri viventi non sappiano essere. E sotto ogni bellum v’è una specifica volontà, idiota come qualsiasi altra, perché presa unicamente dal proprio idioma.
Questa è la salute della vita, che abbiamo imparato ad amare e disprezzare. Questa è la solitudine di non poter disporre di sé, di un’idea sola disinteressata che regga l’urto degli eventi, la disperazione di osservarsi vivere senza alcuna possibile disperazione.

Postato da: venator a 14:26 | link | commenti |

venerdì, 04 aprile 2008

Non so perché ma tempo fa venni a sapere che alcune specie di cani, in un passato che per loro immagino glorioso, furono cacciatori. Cani da caccia che seguivano i padroni a cavallo e li coadiuvavano nello stanare, catturare e poi uccidere la preda. I dalmata, ad esempio, se ricordo. Questi cani avevano e hanno tuttora (che son ridotti a semplici appendici di divani e guardiani di balconi) nel sangue la corsa violenta e l’istinto vitale della predazione.
Si ammalano a guaire alla luna e ad aspettare il riconoscimento di cibo differito, maturano le malattie che rendono così indispensabile la presenza nelle nostre società di veterinari specializzati e di psicologi canini. Prendono le carezze e ricambiano con sguardi languidi. Rinforzano la malattia della storia del padrone limitando l’abbaiare e rendendo adorabili guaiti di solitudine genetica. Molti cittadini riescono con difficoltà a rinunciare all’idea di tenere in casa simili animali sofferenti, e spartiscono il loro oscuro retaggio di rinuncia con questi ormai soffici, massimamente incerti automi domestici. Vivono con loro e nel loro rapporto con essi trovano una compagnia che, a differenza del rapporto che instaurano con altri uomini, non richiede parole, lunghe e vane ricerche d’un senso. Si contentano di fornire loro il minimo richiesto dagli svelti manuali cinofili: qualche carezza, un paio di passeggiate defecatorie quotidiane, cibo selezionato.
Non possiedo un cane, e, chissà perché, non ne ho mai sentito il bisogno. A casa mia (non per mia volontà) hanno fatto  nel corso del tempo la loro apparizione gatti, pesciolini rossi (poi pesci tropicali), tartarughine d’acqua dolce, e criceti. Il gatto sembra possedere uno spirito maggiormente indipendente. I pesci e le tartarughe stanno nei loro centimetri cubici e muoiono, apparentemente serafici, dopo qualche anno. I criceti vivono ancora meno. Ed hanno la loro ruota. Dormono durante il giorno e di sera, più spesso di quanto non facciano certi costosi pesci colorati, si azzannano a vicenda. Quando ciò avviene, ovvero non di rado, la mattina i cadaveri dei più deboli mostrano le loro mortali profonde ferite da denti, mentre i superstiti dormono riappacificati con il mondo. I manuali prescrivono che vivano in gabbie singole e ciò è consigliabile sopratutto nel caso in cui si possiedano due o più maschi o due o più femmine. Ecco dunque il valore della ruota. Di notte, nei condomini silenziosi di televisioni a basso volume si può avvertire il sommesso, meccanico rumore della plastica rotante e si può con buone ragioni desumere che questi simpatici roditori stiano smaltendo il tempo che rimane alla loro breve solitudine. Mi sono spesso chiesto se lo spirito che li muove sia sostanzialmente simile a quello che spinge certi uomini alla scrittura o allo sforzo fisico nei letti, nei parchi, nelle piste ciclabili, nelle palestre e me, ultimamente, sul mio tapis roulant da 200 euro. Da quando dedico la mia mezz’ora quotidiana alla corsa la colite ha decrementato la sua nefasta incidenza, il mio umore è sensibilmente meno aggressivo e tutte le altre attività della mia giornata sembrano mediamente più sopportabili. Certo, sono anche periodi in cui fumo meno o non fumo proprio.
Ma non sono del tutto sicuro sia questo il punto. Non sono portato a credere ci sia una grande differenza fra questo sforzo e l’anima che ne produce l’inquieto bisogno. Ma mentre concepisco l’idea di un cane felice nel rincorrere la volpe per il suo padrone non riesco ad associarla a quella di un uomo che giunga alla fine della sua giornata pianificata fisicamente provato e ansioso della sua razione di sonno.
C’è qualcosa che sfugge, che travalica il corpo e l’anima, l’idea e l’azione stessa.
Come se l’armonia non dovesse mai bastare, come se il benessere non fosse che il viatico (del tutto casuale) a qualcosa che sullo sfondo reclama sempre una meta ulteriore, somma alchemica di tutte le mete del programma. Non sto alludendo all’idea di Dio, né a quella un po’ più docile di felicità umana.
Così formulo una soluzione che serva solo a concludere questo scritto. La formulo perché non s’acquieta, perché non esiste e perché non si sfugge comunque né alla ruota né alla rinuncia.
Pensare, in vista di azione in vista di ulteriore pensiero è la nostra ruota.
Volendo, abbiamo già tutto. Ma il tutto ha sempre un esterno, che lo si voglia o no, rispetto al quale esso è comprensivo e comprendente.
E questo è un grosso problema, perché i suoi confini, forse, si odiano a vicenda.

Postato da: venator a 18:22 | link | commenti (2) |

venerdì, 21 marzo 2008

Questi pianeti scagliati dal caso là dove sono osservabili, cicli quasi fissi in un quasi che oltrepassa la durata della nostra vita. Stanno lì. Stiamo qui. Diamo loro nomi. Ne studiamo i comportamenti. Ci regoliamo perché occorre regolarsi.
Quanta materia si perde nell’universo, quanta rallenta attorno a noi affinché sia osservabile? Gli occhi hanno pietà e ne fissano pochi, ma dietro il lattiginoso barlume di galassie, galassie che comprendono galassie ci indicano l’infinito. C’indicano che niente ci protegge, che il nostro sonno non avrà requie. Queste poche cellule d’uomo si tengono a distanza di riconoscimento, forzate al nome reciproco, all’interazione che è principalmente distanza. E’ solo una tappa del distacco, un passaggio del tempo illusorio d’ogni forma di vita.
Affinché le cose abbiano una forma occorre che sostino in una configurazione d’attrazione. Forse i pianeti hanno memoria della loro storia. Ogni buco sulla crosta, ogni gorgoglio igneo del mantello, ogni palletta di nucleo conserva tracce di quanto è stato. Ma fuori dai sensi sembra che non regni alcun dolore, che oltre la carne si stenda uno spazio vuoto e silenzioso, e lo spettacolo sia soltanto nostro. Atomi di dolore ad ogni grandezza, la cui energia non è altro che tempo. Fuori, le sfere, il roteare indifferente alla previsione: la loro solitudine è tutta per noi che la vita possiamo osservarla soltanto da fuori. Lanciamo sonde nel nostro corpo e nello spazio prossimo, e non siamo che breve memoria dell’immemorabilità di cicli tanto più turbinosi quanto più vicini.
La promessa d’una nuova vita esalta alcuni. Tante piccole istantanee sparpagliate dal vento che ritrovano collocazione nell’album della speranza. Come se ogni passo fosse stato benevolmente guidato, segnato nella memoria universale una volta per tutte. Come se non avesse sempre vissuto di ciò che gli manca e rimandato se stesso oltre la vita, il cielo ed il cosmo in un viaggio per raggiungere qualcosa che non ha oggetto e che mai avrà meta.

Postato da: venator a 19:34 | link | commenti (2) |

martedì, 18 marzo 2008

Confidavo nel potere delle storie di muoversi da sole. Non avendo così niente di particolare da fare che potesse impedirmi di assecondare gli eventi, mi lasciavo prendere dall’inizio di ogni romanzo mi capitasse a tiro. Mi permetteva di camminare, di fare qualche passo oltre quella stanchezza che sono io quando credo di vivere. Con lena sfogliavo quelle pagine. Sollevavo il foglio con forza, come si fosse trattato di issare la vela pesantissima d’una titanica imbarcazione. Il vento mi portava. Io mi rendevo disponibile ad essere trasportato.
Certo, non tutte le giornate di vento uno ha la fortuna di iniziare un romanzo. Molte volte capitava semplicemente di starsene davanti al vetro, a immaginare direzioni lontane. Altre volte le traiettorie non si formavano, o il vento andava avanti e poi indietro. Ciò non mi toccava comunque, poiché me ne stavo al riparo sottocoperta o saldamente rinchiuso nel rifugio della mia casa. Lì non è neppure indispensabile stare ai vetri.
Io parlo però adesso di quando tutti i fati concordano nel proporti un viaggio, e tu non sai rinunciare. A volte è un modo per vincere la codardia, altre volte vera curiosità.
Il vento è vizioso, permaloso, semplicemente indifferente. Se puoi prenderlo nella direzione del treno prendilo sempre. Poi aspetta, aspetta che riposi o che s’arrabbi e rimontalo, come se fosse la tua salute, la capricciosa lena della tua salute incostante.
Se non sai aspettare, se non vuoi rimetterti a una volontà così ondivaga allora può capitare di impuntarsi e volere andare a remi. Ma chi, fra quelli che aspirano al vento (e nel vento) hanno braccia così allenate da sfidare la corrente? E’ mio convincimento che non fra questi si trovi l’uomo volenteroso, colui che ha rimpiazzato la fortuna col sudore, che ha sacrificato la magia barattandola per una semplice forza d’animo. Cosa si può raccontare della forza d’animo?

Quando inizio le storie il mio animo è ammainato. Aspetta la prima folata e spesso la perde per irresolutezza. Spesso anche la seconda. Poi alla terza si tuffa, e dopo un po’ d’ore di lieto vento a poppa è respinto indietro dove il porto è uguale a prima e un po’ più sarcastico.
Navigare non è necessario. Questo l’ho imparato, e in parte voluto. Certo, si può e si deve navigare. Il mondo aspetta di essere conosciuto, non fosse altro che per sedurti col miraggio del suo significato. Ma naviga solo chi torna a raccontarlo, chi ha saputo amare abbastanza la fatica e l’imprevedibile vezzosità del vento blandendola come un’amante piena di pretese. Slanciarsi al momento giusto, essere respinto quel tanto che basta per riposarsi e poi ancora remare e sfruttare il caso. Se un viaggio simile giunge da qualche parte, allora hai navigato, hai una storia, bravo. Ti sei mosso prima tu o prima lei, non importa.
Se viceversa credi un po’ nella letteratura contemporanea anche gli inizi possono bastare, o anche qualche fantasia, o persino niente.

Postato da: venator a 15:25 | link | commenti (2) |

domenica, 09 marzo 2008

Il linguaggio, vezzo in specie visibile nel suo utilizzo scientifico, pretende di catturare le cose. Si attribuisce lo status adatto per farlo perché ponendosi fuori od oltre esse si decreta la possibilità di farlo. Quando afferriamo un bicchiere la nostra mano non è il bicchiere. Quando diciamo io non siamo io. Esso vive in una relativa estraneità rispetto a qualsivoglia oggetto del suo comprensorio, sé stesso incluso. Il linguaggio, d’altra parte, non è fondato in sé, perché non avrebbe niente da indicare se non si riferisse costantemente a qualcosa che lo trascende, ed entro certi limiti, guida.
Esso si trova così nella condizione di porre se stesso nell’arbitrarietà del ponente, il quale ponente proprio per il fatto di porre si trova necessitato a chiamare quanto pone ed indicarlo a coloro (se stesso incluso) per i quali pone.
Il linguaggio scientifico possiede la caratteristica di trastullarsi in lunghe osservazioni ed esperimenti, che gli assicurano la consistente capacità di prevedere certi eventi e prevedendoli poterli manipolare. Quando afferma che qualcosa è in un certo modo egli dice invece che qualcosa va in un certo modo. Esso scambia l’essenza con la dinamica delle cose. Perché ogni evento muove e trasforma tutto, linguaggio compreso. La prima condizione per il linguaggio per poter spacciare per essere il divenire consiste nella surrettizia credenza auto-riferita di permanere ai suoi risultati. Che indirettamente presuppone la permanenza di colui che lo utilizza.
Storicamente questa illusione è caduta ed il linguaggio ipotizza (deve ipotizzare) che pur essendo solo un mezzo per giungere a taluni attingimenti (una volta considerati verità) occorra tuttavia tener ferma la sua efficacia descrittiva. Si limita a funzionare e la propria legittimazione giunge a posteriori, ovvero logicamente dopo quanto scopre e utilizza. La verità serviva a conformare rigorosamente la vita degli uomini ad un numero vieppiù crescente di scelte storicamente decretate, sottraendo ad esse ogni dubbio e ostilità.
Ma provenendo essa da numerosi osservatori formatisi su quei punti fermi, ognuno di essi procedendo con i propri esperimenti giungeva oltre o altrove rispetto ai rivali proclamando se stesso come novello fondatore di verità, come nuovo padrone degli elementi. Verità superate divennero l’appiglio per poter esercitare su chi ancora le seguiva e praticava il diritto del più forte.
Eppure, crollando parallelamente la credenza nella possibilità di rinvenire una volta per tutte la verità andò progressivamente svelandosi l’inganno della scienza e del linguaggio che la sorreggeva.
La scienza, al pari di un’attività artigianale, si concentrò negli studi di coloro che detenevano i mezzi per escogitarla e per progredire nell’invenzione di strumenti, ognuno dei quali (prodotto sempre sul metro della applicabilità funzionale alla materia, ivi inclusa la sfera spirituale) forniva un potere manipolatorio ed analitico sempre più raffinato ed esteso.
La storia del potere su questo pianeta seguì così la via della detenzione di cultura, intendendosi per essa la capacità di esercitare cambiamenti sempre più vasti sullo stato contingente delle “conoscenze” e quindi degli strumenti. Fenomeno che venne contemporaneamente incoraggiato e sfruttato dal mercato, che da ristretto ambito della sussistenza si fece statale, poi interstatale ed infine globale.
La convergenza degli interessi dei grandi mercanti si manifesta oggi nella detenzione oligarchica dei grandi cartelli del potere, che avveduta ormai della semplice possibilità di dominio esercitabile attraverso una capillare diffusione dei suoi strumenti, s’è incaricata di promuovere un “progresso” che altro non è che la facies pubblicitaria di questi gingilli del controllo.
Le masse attendono trepidanti questa o quella nuova invenzione incaricata di risolvere problemi che altro non sono che gli effetti collaterali delle invenzioni precedenti. La nobile stirpe degli scienziati, la marcia trionfale della cultura sono ancora oggi guardate con riverenza e rispetto, e non, come sarebbe logico, con l’acrimonia del servo che attende la sua nuova condanna. D’altra parte l’assuefazione dell’organismo ai danni conclamati assume un tratto drammaticamente reale e noi elemosiniamo le cure a coloro che hanno inoculato la malattia e che non sono condannabili più in quanto individui (essendo il processo avviato da secoli ormai) ma come destino irreversibile dell’umanità.
Ma a chi è servita questa enorme proliferazione degli uomini sul pianeta? Ognuno di noi è un misero animale che vive della sua misera biologia, a cui sarebbe bastata un’intelligenza più limitata per difendersi dalle belve feroci ed alimentarsi con relativa semplicità.
Ci estingueremo comunque (come un tempo i grandi rettili) e questo per movimenti microscopici e imprevedibili del pianeta che in parte sollecitiamo. Nel frattempo, all’interno del grande numero, il fronte dei nemici si è centuplicato.
Essi ci parlano attraverso un linguaggio di grande cortesia ed amabilità, e li chiamiamo ancora e per sempre fratelli. Se chiudiamo gli occhi siamo perduti ma se li teniamo aperti facciamo anche prima.

Postato da: venator a 12:27 | link | commenti (3) |

giovedì, 06 marzo 2008

Tutti agiscono sulla scorta del proprio utile. Ma, qualche metro prima, in una cittadella arbitrariamente fortificata, tutti detengono un’idea del proprio utile. Questo avviene ad un livello immediato, diremmo impulsivo. C’è tristemente poco margine d’intervento: intere vite non fanno che solidificare la propria idea comune di utile, per la quale fanno debiti e affrontano innumerevoli sacrifici senza porre alcun dubbio metafisico.
Caduti i valori universali di Buono, Bello, Giusto non rimane che l’Utile.
L’idea è che, a prescindere da ogni contaminazione idealistica, l’utile non si possa scegliere, modificare, puntualizzare, cambiare. Certe priorità non sono fissabili, ma appartengono all’essere umano in quanto tale, universalmente. Se ci si sposa, se si accende un mutuo, se si intraprende una carriera, se si opta per il decaffeinato, tutto ciò risponderà né più né meno ad una prescrizione non prescritta, ad una verità che giace al fondo dell’organismo e che può solamente essere accettata e perseguita. La cultura è per così dire, detronizzata; la si lascia conformare ad un bisogno più immediato, incontrovertibile, ineluttabile.
Questa ingenuità è ancora alla base di una serie infinita di sciagure. Lasciare parlare l’impulso psichico volto alla conservazione ci offrirà una serie di false evidenze che tengono lontana (o riducono ad una lentezza organica e storica estenuante) ogni reale possibilità di sperimentazione con la vita. Gli impulsi a cui obbediamo ciecamente, ovvero in maniera irriflessa e a cui garanzia poniamo la paura della perdita sono sì immediati nell’attimo in cui ci forniscono l’impartizione ma sono -si sappia- perlopiù acquisiti attraverso una diuturna pratica di esclusione delle possibilità altre dell’esistenza.
Tale altro non va perseguito in quanto vacuo principio quanto piuttosto perché in esso giace il 99% delle possibilità vitali dell’esistenza terrena. Attraverso esso i bivi si ramificano, le posizioni si moltiplicano e si alleggeriscono, manifestando la loro (utile) facies illusoria.
Solo attraverso un’intensificazione totale dell’esperienza la vita perde il suo carattere sacro, pietroso, superstizioso. Solo l’azione (unita ad una riflessione che oggi è lasciata a terribili ed esclusivissimi percorsi individuali, che impegna intere vite e di conseguenza non offre abbastanza campo/tempo di applicazione) può liberare l’uomo dall’angustia e dalla pena della sua condizione passata ed attuale, con i suoi lavori-affetti-abitudini vissuti più come ricatto della sopravvivenza che come stimoli di potenziamento della vita.
Tale azione deve essere liberata del peso atavico del terrore della perdita e dalla morale che ne è la secondina.
Sia detto con solennità: non abbiamo mai niente da perdere quando non sappiamo far altro che simulare e respingere la vita.

Postato da: venator a 15:19 | link | commenti (1) |