Logik und Polizei. Principio di non contraddizione e manette.
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[la vanità e la solitudine m'han spinto (finora) a tornare su questo blog un numero di volte pari a: *loading* - numero, ne convengo, un po' eccessivo]
Fluenza.
Giaccio accanto al fiume, abbattuto sulla sponda, il suono scorre, gli insetti ronzano, l’acqua trascina i giorni. Vengo dall’inferno della città, io brandello di caos. E mi adagio, tentando la lentezza, con i nervi scossi e i muscoli rigidi. L’erba mi accoglie, prende la forma di un corpo che abbandono lì. I rumori rimangono attaccati alle pareti dei pensieri, coriacei molluschi sullo scoglio dell’essere. L’acqua va, i suoni incontrano un unico suono. Ripete sé, un sé irripetibile, un Uno impossibile.
Ché almeno occorrerebbe qualcosa da ripetere e qualcuno che ripeta. E lentamente mi colloco in mezzo, in mezzo fra i due specchi di me, equidistante da ogni segno riconoscibile. Mi torna in mente la mano che scrosta l’intonaco di una casa da rimodernare. Penso alla pelle, così salda allo scheletro, così apparentemente distante dall’aerea plasmabilità dei pensieri. Penso all’indirizzo immutabile della mia casa in questo mondo. A tutti gli ospiti che sono stato per essa, gli altri io e gli io altri. I capelli bianchi sono cornicioni non più levigati, le piccole rughe macchie di tempo sulle pareti, vecchi buchi di vecchi quadri rimossi.
Il rumore della ghiaia sonnolenta che procede nel greto ruzzolando su di sé mi rammenta allora il suono della piallatrice, il paziente lavoro delle ore sull’anima. Torna il respiro. L’odore perde le distinzioni e si amalgama in uno. Il suono si nasconde dietro la monotona evidenza del flusso. Non è possibile scappare, perché tutto si ripete, si conferma, si erge nella sua immutabilità.
So che non potrò rimanere qui. Che anche questo momento che annulla tutti i momenti è un momento vorace di opposti. Che la quiete mi scaglierà di nuovo nella fame che non chiede permessi né sogna. Sono qui come davanti alla morte e un vento tenue che s’imbrunisce con la sera mi carezza il viso con le frange del suo vestito, con le fronde basse della vegetazione.
Se fossi una zolla di terra, a cosa sarebbe funzionale questo pensiero? Tutto è ciò che è, e tutto gli è sufficiente per vivere ed estinguersi. Tutto è connesso, nel silenzio operoso dell’assenza di pensiero. E’ la mente che separa il corpo dall’essere, quell’essere che non sa di essere e di essere, persino, essere. Ci sono troppi passaggi, troppe direzioni davanti. Se solo potessi nella vista farmi tutt’uno con il fiume scorrerei insieme a esso nell’unica maniera in cui ciò che scorre consiste nella propria scorrevolezza, senza margini e senza sbavature.
Eppure, anche in questo momento che lambisce la placida eternità dell’immemorabile, io rammemoro e stabilisco simboli più o meno efficaci. Beccheggia lo scafo, la coscienza è intermittente. Come se un Dio mi lasciasse penzolare elasticamente fra l’inferno e il paradiso, suggellando che per vivere mi occorrano entrambi, non importa cosa si sappia decidere col piccolo strumento della volontà. Essa è agìta ben più che agente.
Ci si risveglia dalla volontà come sonnambuli che abbiano percorso il mondo a piedi, nella notte della presenza continua a sé stessi.
E’ nell’interruzione che cambiamo pelle, nel tempo del sonno non meno che nel tempo della disattenzione. Ogni dolore o gioia muta il quadro chimico che li ha prodotti; essi sono catalizzatori di reazioni. Affannati si corre agli archivi per leggere di noi, si setacciano i segni luttuosi della storia per sbiadirli nel concetto. Dove la vita non è mai penetrata se non per essere violentata e violentare, illudere ed essere illusa.
Così capita che la violenza massima coincida con la liberazione. L’automazione o la morte, la perdita dell’anima o del corpo, che possono divenir efficaci solo quando uno dei due termini sia ridotto allo zero. Stiamo in mezzo, pur tuttavia, sul letto di Procuste della volontà di vivere. Come non bastasse vivere occorre pure volerlo, combattendo la guerra delle individualità, traendo da questo o da quello sostentamento senza fine.
L’armonia di cui i saggi vociferano è un’armonia sempre parziale e non si raggiunge se non a costo di rimozioni e soppressioni. Occorre avvezzare le orecchie a non sentire le urla terrorizzate della morte attorno, della morte che provochiamo per nutrirci di animali, piante, esseri umani. Dico ciò per mantenermi ad un livello speculativo in cui il bisogno assuma la qualifica di primario.
Per quanto gli scarsi mezzi della mia intelligenza mi permettano, e nonostante le ricorrenti tentazioni, non sono mai riuscito a coincidere con la quiete che ad alcuni arreca la soddisfazione di far piazza pulita delle preoccupazioni al fine di raggomitolarsi (o rarefarsi) attorno al nucleo della propria essenza. L’essenza mi pare minata ab ovo.
Così il gesto della separazione parmi sempre fittizio, pretestuoso, ipocrita. Nessuno che mangi altro da sé può dichiararsi libero se non con un gesto di guerra o attraverso un furto malcelato.
Siamo coinvolti nel mondo, concentricamente nel nostro corpo, nel nostro campo d’azione criptosociale e nell’universo noto e ignoto. Un rasoio d’Occam che assumesse fino in fondo il proprio compito reciderebbe la vita sino alla radice ultima della sensazione elementare.
Ci tocca la guerra e se un margine di fortuna v’è esso è relativo alla pur incerta possibilità di modellarla secondo modalità più o meno cruente. Cinque milioni di anni sulla Terra e questo è il massimo che ci siamo concessi.
Questo è il termine a cui si approda quando il pensiero fuoriesce da sé e smette di pensare coerentemente ai propri usi e bisogni, quando la guerra appare, in un’immagine complessiva, nel suo campo di macerie e relitti fumanti. Da attore si ritrova agìto, da protagonista semplice spettatore.
E altro scopo non ha che depotenziarne lo spirito combattivo, a tutto vantaggio di chi tale spirito vive estemporaneamente o semipermanentemente dall’altro lato della strada.
E’ così che le forze migliori dell’essere umano si ritrovano a costituirsi come anello debole della sua propria catena naturale. Possediamo una debolezza che non salva e una potenza che ci trascende nella perenne alterità dell’altro uomo. Cerchiamo nemici non meno che amici.
Che un impulso si produca in noi con una certa forza lo ricerchiamo come nutrimento essenziale per l’azione.
Tale impulso è, in ultima istanza, come il caso che l’ha generato, perfettamente casuale.
Quelli che parlano di sé come di un’entità reale, che descrivono con termini netti le affezioni del carattere, gli slittamenti dell’umore, certi individuati desideri come perenni mete della medesima vita fabbricano la più incerta fra le filosofie. Nessun sistema riesce a contenere le contraddizioni che ne sono al fondo. Le costruzioni di costoro poggiano, come su basi fangose, su contraddizioni più o meno lampanti. Provate a condurli lungo il sentiero del ragionamento logico e, prima o poi, vi troverete di fronte a qualche macroscopica, malcelata affermazione apodittica, a muri tenuti in piedi dalla calce della superstizione.
Essi si riconoscono dei difetti e tali difetti sono soglie che non è, nelle loro parole, possibile varcare.
“Sono così, mi dispiace”. “Lo so, non è facile capire”. “Non ci posso fare niente”.
Valgono allora spesso criteri oggettivi in conflitto tra di loro o assunti come guida dall’azione ma a periodi alternati. Accolta una legge divina per sopravvivere, le si affianca, per sopravvivere mezz’ora dopo, quella opposta. O la si contraddice scaricando la responsabilità su presunte debolezze caratteriali. Invocando la circostanza. Tutto ciò insomma, che per favorirne la cristallizzazione, non è possibile ospitare nella struttura.
Vige per costoro il sentore della sacralità della parola. A certi termini corrispondono idee e certe idee permangono nel flusso temporale medesime a se stesse ed eternamente valide. D’altra parte sfugge loro il lungo percorso delle idee. S’aggrappano a feticci come sottraendosi alla vita che ha essi generato, ancorandosi a un extramondo sufficientemente variegato da offrire in ogni momento supporto alle diverse esigenze d’una vita più complessa della loro visione d’essa. Un’idea semplifica, abolisce i margini ambigui, fa scomparire il tratto problematico dell’esistenza di altri esseri viventi coinvolti nell’evento in questione ed in più conta sempre su un largo riconoscimento sociale. Ogni animale politico trova sempre compagni per ogni proposito, basta saper catalogare bene i materiali umani. Occorre valorizzare la libertà? Una rapida scorsa all’agendina. Occorre riconoscersi nel sacro vincolo di un principio morale? Ecco, pagina dopo.
Chi sta scrivendo non dispone di questa agilità, ché tale disinvoltura è favorita dall’intima credenza di essere nel giusto. Ci si elegge buoni, giusti e puri e si fa discendere da ciò qualunque legittimazione. Nessuno è così pericoloso come colui che, col piglio di colui che subisce il mondo, segretamente lo regola e dirige. La nettezza dei principi mai tale è. Ogni nettezza trae forza dall’organismo che ne avverte il bisogno; è un coadiuvante all’impulso. Solo che, nella raffigurazione condivisibile, i termini sono gerarchicamente invertiti. Un principio è possibile imporlo. Un impulso ha luogo invece soltanto come prerogativa d’un hic et nunc che sfugge alle regole della stabiità. Accettata la falsità del principio societario come orizzonte ultimo della pensabilità del reale se ne lasciano discendere le distorsioni che rendono infido un uomo all’altro. Il contratto sociale non è, alla luce delle forze che ne regolano le contraddizioni, dissimile dalla inaffidabilità della natura personale di ciascuno. Ha tempi e modi diversi ma nella fattualità delle cose per ogni scopo v’è un codicillo che, lasciando permanere la bugia complessiva, permette lo sfogo di inclinazioni individuate. Quando ciò non è possibile osserviamo fenomeni come crudeltà, disperazione, depressione, apocalittismo. Ogni idea generale è irrorata da un banale (e banale perché celato) impulso non soddisfatto. Succede allora che l’idea, sotto le spoglie di mondo, vita, natura, uomo etc. divenga oggetto di respingimento complessivo. Esseri intimamente votati alla comunicazione, che fanno ricorso ad idee, filosofie, spiritualità, rifiutano di colpo quanto tenuto per vero per lunghi periodi. Non è possibile per costoro alcuna linea di continuità con il se stesso logico. Questi soggetti sono più interessanti ad uno sguardo avveduto che per se stessi; sono zoologicamente classificabili.
Votati al dolore dell’abisso che si spalanca sempre imprevedibilmente e immotivatamente, preferiscono la sopravvivenza stentorea del fallimento alla vita come viaggio e conoscenza. Se v’è una qualche vera conoscenza possibile essa non disconosce il tormento, la disciplina interiore che serve ad accogliere in sé l’insussistenza di ogni parola e che, pure solo per questo, non rinnega la vita. Biasimano quest’ultima quando basterebbe sottrarre rigidità alle parole, crocifiggono i responsabili di una colpa di cui non si sentono correi e che, invece, creano loro stessi.
Se dobbiamo intendere la vita, che all’opera partecipi tutto di noi: muscoli, organi, mente, sogni, emozioni, sentimenti. Il che non sarebbe dir niente se non tenessimo presente che noi stessi siamo i principali artefici della qualità del loro funzionamento.
Affinché il breve tragitto dall’utero alla fossa non sia l’espiazione di colpe genericamente nebulizzate nell’aria ma l’unico esperimento possibile senza vincolo di soluzione; una lunga ed inesausta opera d’arte.
Immagina per un attimo di scomparire alla vista del mondo e di quel mondo colonizzato dalle formiche che sei tu a te stessa. Con che grazia scomparirebbero le parole e sfumerebbero tutti gli aneliti e gli spasmi che, sotto le parole, ti espongono alla connessione neurale con il mondo cablato. Non parlare con te stessa; non ci si è se non ci si è abbandonati. Non si vive senza suicidio.
Non ascoltare il precetto, non fidarti delle soluzioni. Hai giusto questo filo spezzato di energia senza direzione, di abitudini di cose e sangue. Non esiste simmetria alcuna; quello è un miracolo della programmazione digitale. Una strana e imprevista sostanza chimica potrebbe valerti più di mille solitudini estatiche senza, umanamente, bastarti.
Potrebbe sembrarmi invece che siano gli impegni a vincolarci alla sofferenza del pensiero. E’ un secondino, il pensiero. E’ il limite delle tue emozioni: carte da bollo, etichette, bonifici bancari. L’indirizzo del destinatario è il tuo. Ma è il mittente che manca.
Sostiamo troppo oltre la prima epifania dell’abitudine. Ma ci siamo incontrati come si incontrano animali a caso, sul bordo dell’autostrada. Che qualcosa spinge ad attraversare e a investigare come si volesse riscattare una fetta inevasa d’infanzia andata a male. Siamo le ruote e siamo la carne, ci incontriamo nell’istante tragicomico dell’impatto. Altri modelleranno la sagoma sull’asfalto. E chi saranno mai. E che prezzi avranno.
Non v’è cosa che non vada a male. Ma è una questione di tempi, una questione di forza interiore, ovvero, di alimenti. Contro tutto e tutti ogni istante di sopravvivenza è un onore.
Non possiamo parlare con questo alfabeto. La storia è persino più stanca di noi a trent’anni. Non ci offriranno un appoggio.
Mi piace dunque parlare a ciò che non sei, che è la nostra parte migliore, sempre da venire e sempre già andata. Ti affiderai alla quiete che non implica la lotta? Smettere di lottare dovrebbe essere predisporsi alla battaglia permanente: è il miraggio della pace che non dà tregua.
Ma nel frattempo sciogliti nel tuo tempo, liquefatti nel gesto, corri e brucia ciò che rimane. E’ ridicolo tutto ciò che cerca legittimazione e implora, persino a sé, una dignità.
Gli animali asociali sono animali sociali più grevi, atterrati da ciò che non hanno saputo o voluto: sapere tutto e volere tutto mi è l’unica soluzione non mortificante. Ci si disfa più facilmente di un blocco unico che di mille suppellettili.
Lo cercheremo da qualche parte o non lo cercheremo affatto, ché sarà esso, il flusso, a trovarci.
Troppo poco si dice del trovarsi, del dirsi più che si può. Dispongo di un’infinità di indifferenze con modelli prestampati e vedo chiaramente solo ciò che non mi compete. All’indifferenza si sopravvive solo non facendosi identificare.
Se vi sono parole nuove, io non le ho mai mutate in fiato né nel ridicolo che vado scrivendo.
Ma le sento in gola. Come impulsi elettrici, le cui scarne modulazioni sono lo scarto della comprensione.
E’ dietro ciò che conta. Lì dove né gli apologeti né i detrattori arriveranno. E a cui noi possiamo solo consentire, in un teatro vuoto di pubblico.
Il ruolo del ruolo, il valore del valore, il tempo del tempo.
Incàstrati in mezzo, lì dove la vita si specchia fra lame secolari.
Ogni costruzione di questa nostra mente mira al silenzio. Nel luogo perfetto dove la vita si paga con l’omissione, inconciliabile con sé. Questo è il percorso che i cavalli seguono.
Tutto il tempo a fissare le siepi è un balzo che la macchina non fa in tempo a fermare.
Torna nella mente l’immagine nitida, stabilizzata dall’assenza. Torna la colpa che non si sa a chi dare. Esplode nelle mie mani la granata che non innescammo. E la colpa della colpa.
Che mai svelle i nervi. Con mani esplose che non bruciano mai verghiamo i nostri nomi.
Regalami questa piccolezza: sarà tale solo per me. Non intralcerà il tuo riscatto, le nuove investiture temporali del dolore. Quanto tempo per l’acquario. Per i nuovi pensieri.
Ricordati il termostato, le alghe, le anforette. Di dare un nome a ciascuno.
Il modo più efficace per fronteggiare l’avanzata degli avvocati.
Perché è il mondo. Non possiamo farci niente.
Gira alla velocità della scrittura.
Della fame.
La desertificazione incombe.
Converrà che m’arrenda per un attimo al bruto dato di fatto.
Qualunque cosa mani troppo esili per il male sfiorino o tocchino sotto il sole brullo del meriggio è investito d’ombra.
Sotto il sole morale finanche il semplice arrancare è gesto iniquo. Ovunque il sole batta la schiena, a maggior conto se essa è curva, lascia sulla sabbia un’ombra non abbastanza benefica. Malefica, in termini convenzionali.
Ciò che non salva, ferisce. Ci si predisponga a sottrarre ai propri passi la lieta andatura dell’errore. Quando sarete arrivati allo scranno della sapienza, vi asterrete dal vivere. So che non vedete l’ora.
Non sia giustificazione l’evidenza. Occorrono invero parole. Non siate parziali, non astenetevi da promesse. Rifiutate il bisogno della disperazione. Non si può proclamare la disperazione ed essere contemporaneamente credibili.
Da qualche parte pur sperate. Occorre che sappiate mitigarla con la gioia e la pienezza dell’essere. Da qualche parte la nascondete, ed è forse essa a sostenervi nelle energie che occorrono nell’intimo gaudio del lamento. Non barate: da qualche parte, in qualche momento inosservato, avete creato il mondo. Il dubbio, così fertile a fornire le contraddizioni all’esistenza, è un orrendo mostro se sbiancato alla potenza del simbolo che redime e sottrae alle intemperie di questo cosmo che ostenta indifferenza.
Volete provare a riscrivere i codici della materia in meno tempo del prodursi d’un contatto umano.
Siete dei pazzi, e dei miserabili. Almeno nella insana pretesa di non solcare la follia che allontana le rassicurazioni con cui pagate l’affitto. E l’elettricità dei sensi.
Siate soli, paghiate da soli la vostra imperizia a edificare imperi. Non c’è tempo per le cambiali. Non c’è tempo soprattutto per i viaggi. Oggi non si fa in tempo a perdersi. Basta un cellulare adosso e mezz’ora è diserzione. Avete sgamato Babbo Natale, e vi siete impoveriti. Meritate di essere sempre rintracciabili. E peggio, di sapere sempre dove siete.
Quando ci hanno promosso dalla condizione animale? E’ quando il primo legislatore ha reso alcune abitudini prevedibili.
Non amiamo ciò che è. Impazziremmo a non farlo essere ciò che deve. Nella mente stessa una certa dose di pigrizia gli allestisce una e una sola camera. Con l’offerta d’un mercato impazzito è più semplice usare e gettare. E se è più semplice, allora sarà anche obbligatorio.
I nostri occhi dipingono errori. E bisognerebbe ben capire se un capolavoro sia un errore più lungo o sia la mano di Dio.
Umani, mi sono già vinto. E una vittoria è più difficile a mantenersi dell’oblio.
A certe ore faccio scattare le braccia, sollevo le gambe, compongo numeri. Quest’armonia celeste ha bisogno di me. Il tempo mi brama. Chiedete ancora parole per farle fallire? Io non devo più dimostrarmelo; il precipizio è una linea retta. Io non sono i batteri che digeriscono al posto mio. Possiedo la gratitudine che è dei sentimentali e il bisogno delle fiere. E anche ora, sono inghiottito dal sogno di non sapere. Ma fintanto che non voglio, io vivo.
Vivo dove ho già vissuto non meno che dove sarò. La mia gratitudine mi ripaga, la conoscenza del male mi avvicina al vostro silenzio. Al silenzio complice degli ingannati, dei delusi, e mi spinge ai margini delle loro feste. Le mie parole sono per voi, sono per i vostri nuovi codici. Anche una negazione è pur sempre un senso. Preferiamo il niente al non credere nulla.
Beh, io non credo nulla. Credo che con la stessa legittimità con cui reclamo la mia vita un giorno assaggerò una pallottola. E mi saranno indifferenti i tribunali.
Credo che la fame sia un’orrenda evenienza, per il grado di raffinatezza dei nostri ragionamenti. E non so ancora educare i miei batteri.
Non so come dirvi che non si può essere innocenti da soli. Usiamo chi ci usa, siamo divorati dal nostro cibo. Una cattiva digestione è il massimo che mi sembri dignitoso ammettere, ma non convince i batteri e queste nostre cellule affamate.
Se la fame è innocente, un mondo residuale splende come un’oasi. Viceversa il peccato originale ci autorizza al massacro. Scegliete il vostro modo di essere soli.
Quello più banale resta il più sicuro.
Una casa in penombra. La abito quando la luce infrarossa si contorce su se stessa. V’è dello spazio intorno, i pavimenti di marmo lucido nel caldo dell’Estate che sopraggiunge in Maggio. Non occorre parlare, né con sé né con i fantasmi dei fantasmi che sciamano attorno. Vige il silenzio e vigono le storie di altri nomi che prevedibilmente dal disordine passano all’ordine sullo schermo. Le immagini sono captate dagli occhi non meno che dall’impiantito, la sera oltre i vetri non suggerisce altro che i confini che la delimitano. Sulla fiducia si spegne lentamente, sottraendo alternative alla noia dell’essere.
Non si sono accesi gli sbadigli dei lampioni, non si spegne ancora la trama del tempo che si rappresenta con solerte automatismo su due assi colorate. Il divano di pelle nera mi dà contorni che lascio immobili.
Paralleli, il sangue e il film di cui non saprei riferire.
A perpendicolo giunge un brusio che proviene dall’esterno. Il clinamen ordinato dei minuti e dei secoli si spezza in un punto che cade oltre la vista. Oltre la soglia di casa.
Oltre la soglia c’è un ballatoio, e oltre un’altra casa, senza porta, affiancata da finestre con tende. Il brusio proviene da quella casa e quella casa è un prolungamento del mio pavimento. A me spettano le finestre. Le tende.
V’è qualcuno dentro che parla. Qualcuno che grida. Qualcuno che piange. E bisbigli caotici, come provenissero da un coro sincronizzato su un flusso di coscienza.
Il ritmo è tenuto dal coro a mezzo fiato, i solisti dicono qualcosa che è nulla. Ma sono voci di donna, i toni pure. E’ una composizione musicale, dal ritmo inusitato; i solisti potrebbero stare improvvisando, ma comprendo che la parte è già scritta. Potrei prendere una sedia e sedere lì fuori; alla porta non apparirà nessuno. Ci sono solo finestre e tende che ondeggiano impercettibilmente, mosse dai suoni.
Oltre le cortine tenui bagliori gialli e cremisi giungono ad intermittenza. Potrebbero provenire da una televisione accesa, ma non provengono. Sono sempre stati lì, tutt’uno con i suoni, tutt’uno con quanto io ora percepisco.
Sono suoni e luci di donna e lo spazio oltre i vetri è infinito, forse inaccessibile. Ma la soglia è lì, a bella posta. Quei suoni sono parole, basterebbe avvicinare l’udito. Per un attimo il naso appanna la trasparenza beffarda del vetro.
Sulla soglia la testa indugia. Non sa perché, o non sa scegliere fra origine e destinazione. Ma quelle voci sono sempre lì, sempre state lì. Anche io ho abitato la superficie da cui provengo. E non mi pare di provenire. Ma adesso quei suoni s’ingrossano, si fanno frenetici, illuminano la durezza delle pareti, la attraversano. E così le luci.
Sospeso sulla sottile lastra di vuoto del ballatoio io vedo le scale che scendono, solo perché non le salgo. E i lampioni oltre i muri che non s’accendono.
Se sapessi simulare un senso potrei precipitare o soltanto precipitarmi giù per le scale. Potrei scavalcare la soglia, potrei far ritorno alla mia casa senza porta. Ma tutto accade da sempre quando una cellula infrarossa si volge verso sé.
Il mondo è profondo della stessa superficie, ripetuta oltre lo spazio che la vista si concede.
Mi sdraio su quell’allucinazione, chiudo gli occhi e mi domando cosa stia capitando al mio corpo.
E sono sempre stato lì. E non ho mai aperto gli occhi.
La vita è già data, e non puoi farci niente. Metti in ordine, ricomponi i pezzi del caso esterno sull’accordo del caso interno. E’ una bella immagine. Ed è tua. Un disordine ricco di senso, una presunzione che risplende di personalità. Quanta differenza fra una frase lunga e articolata e tanti brevi conati. Fra una casetta in ordine e un giardino incolto. Fra un ometto bravo che risponde con esattezza e uno che alza la polvere dei cazzi suoi.
Alla fine, si arriva sempre al muro della bontà. Sembra che tutti lo vedano, che il conforto delle scapole lasse riposi sulla visione comune e sul niente-oltre. Il quartiere è circondato, il panorama è avvolto da mura e, poco prima, sabbie mobili perimetrali. Visto che oltre non si va, a chi mai piacerebbe nuotare nella terribile, subitanea imminenza della morte? Occorre essere insensibili al piacere del pagamento a rate. Senza esso manca il senso.
E quanto, invece, donna, la morte ci dona. Quante poche parole abbiamo noi a cui non importa produrre gli scongiuri! Quale sofferenza del corpo si equipara alla privazione che imponi come il più bel dono? Non ti bastasse essere maledetta per non esser mai all’altezza del disordine che sobilli. Mi domando perché i sensi mai imparino e sempre si fidino del terrorizzante caos che vortica nel tuo-malgrado della Bellezza. Sfrutti il fatto che avvenga in tua presenza, ed è un orrendo caso. Ma sei sicura di essere tu? Non sei tu. E’ un caso più potente: la specie, di cui sei l’infame custode.
Un trentenne lo sa. Conosce lo zoo. Conosce i mangimi ed è ipocrita nella puntualità della fame.
Ogni puntualità è ipocrita. Niente che non voglia o sappia provvedere alla propria sopravvivenza merita di sopravvivere. E qui tu intervieni: la cura. Tutte le tue armi sono armi da infermiera. Inoculi la cura sottraendo l’anima alla libertà della malattia. Dosi di abitudine, toni da madre, rantoli da mignotta. Cadenza giornaliera. Poi, tua fida alleata, la paura, le sabbie mobili prima del muro.
Ma oltre c’è la morte. Dobbiamo imparare a desiderarla. Ad aprire varchi di cannone oltre la cartapesta del tuo presepio. Possiamo rischiare un mal di gola.
La mia è una febbre cerebrale. Oltre una certa soglia, produco pensieri.
E ogni pensiero è la parte mobile del mio egoismo, indeciso fra sopravvivenza e sopraffazione.
E' alla malattia che dobbiamo lo scampo da una vita gloriosa, e automatica.
Giacché non possiamo assicurare a noi stessi la durata in un desiderio, formuliamo la tesi opposta.
Un essere conseguente (a cui non serve il coraggio) semplicemente dice una stupidagine e s'uccide.
Ma giacché permaniamo, il nostro diventa un gioco, o un'opinione. Non è un'opinione la piccola leva che spinge sul grilletto con evidenza e conseguenza. E' l'unica possibile conseguenza del principio dell'individuazione.
Torniamo in noi: ovvero, giochiamo a fare finta che siamo gli altri, che possediamo le stesse prerogative degli altri e di noi stessi. Troppo poco tempo passa fra l'idea e la sua realizzazione. Per il semplice fatto che siamo impossibili dunque diveniamo molti. Accogliamo le esigenze dei contrari ed estendiamo gli spazi della pantomima. Ma non siamo noi: in cosa crediamo? In ciò che ci lasciava desiderare o ciò che, soddisfattici, lo nega e supera?
Alla cultura sarebbe bastato inventare la lotteria. Tutti avrebbero convenuto.
Ovviamente non mi piacciono coloro che son convinti delle loro idee. Nella misura in cui disprezzo le idee, e lo capirai.
Segretamente però faccio mia una convergenza, e vivendola, acriticamente svolgo la mia critica sociale.
Nello slancio della forza avviene il mondo.
Il pensiero lo paralizza. In questo senso prenderei parte per esso; ma solo perché preferisco la comodità del fatalismo e l'accomodamento nel dolore, a cui i miei istinti civilizzati e religiosi mi hanno condotto.
Mi basta meno: un piccolo margine d'azione che garantisca ciò per cui non ho abbastanza forza di realizzare.
Così, lambisco il sogno consolatorio della critica. Non tengo a niente se non quando qualcosa, in spregio di ogni essenzialità, mi fa rientrare nel suo spregevole piano di analoga fattura.
Produco pensieri che si paralizzano: perché è implicito nel bisogno di pensare socialmente.
O la potenza o la paralisi. Qualcuno concede sempre qualcosa a qualcun altro. Per sé.
A chi affidare il comando del proprio essere? Ammesso che si sia così stolti da individuarlo in qualcosa d'altro che la totale paralisi?
Accettiamo dunque gesti. Abbiamo imparato ad osservarli, allo stesso tempo che imparato a temere la storia.
Viviamo di avversioni momentanee e improvvise arti della riconciliazione.
Qualsiasi morto di fame diventa per un attimo ragionevole se sai come sfamarlo.
Siamo morti di fame. E la nostra golosità è soltanto proporzionale all'abiezione del nutrimento.
Fra un tiranno e l'altro, fra rabbia e paura.
Osiamo pure insegnarlo.
I rumori imprevisti della notte non si sposano granché con la lentezza dell’evoluzione. Taluni si bombardano di paure, per svegliarsi più forti. Tali altri abbandonano il tenue legame che li rinserra alla vita di relazione come ad una coperta contro il freddo. Ma patiscono gli ostacoli di percorso. Occorrerebbe loro forse un affidabile motorino biologico con annesse energie nervose a tenere il minimo di una maschera semi-passiva.
Leggete: sempre parole di tutti. Scrivete: sempre a vergare l’invito alla festa. Osservate la vostra fierezza: a chi dovrete raccontarla? E quando baciate s’accende il magico terzo occhio, sulla nuca, che scruta la strada. Siete condannati a non dimenticare. Se lo fate, ricordate di farlo secondo i crismi della recuperabilità. Balzellate da un lato all’altro della linea di confine. Non vi sfiora la ridicolezza di ciò. I rituali, i metodi, le nuove risoluzioni: è la pietà che si trascina lungo i secoli.
Il compromesso del consenso: la schiavitù della vittoria e l’onta della sconfitta. Fareste meglio a grufolare il solito cibo, a imparare i rudimenti della sottrazione.
Ma quante rivoluzioni ci separano dal ritroso? Quante ritorsioni delle nuove idee, quanto voraci i bisogni d’escogitazione? Non sapete esser morti. Non avete carne da bruciare. Sembra che la segreta forza che spinge l’accrescimento sia il debito. E ogni annessione vi rinsalda nella precarietà.
Per ogni anno di vita, ne pagate tre.
Ho chiuso gli occhi e ho visto l’abisso.
La domanda nasconde un trucco: è una domanda. La parola di cui si ha curiosità è una parola. Rimane un dito puntato verso qualcosa e niente verso cui puntarlo.
Qualunque cosa è la sua stessa percezione, e questo ancora non dice niente.
Le parole si limitano a dire, e sarebbe meglio andar per metafore, perché tali percezioni sono l’origine di ciò che facciamo per mistificarle. Trasformiamo complesse stimolazioni fisiologiche in complesse confusioni di nomi a cui diamo una certa confusione di ordine.
Emergo dai miei occhi chiusi e non ho altro, ad esprimere cosa ero lì dentro, che un modo seducente di venderle.
Siamo abituati alla nostra vita: sia che il suo riflesso sia rapido e sfuggente sia che si sia avuto il tempo di farne un oggetto comunicabile. Che poi è mostrato, e crea, oltre noi stessi, il suo pubblico.
Nell’abisso inesplicabile che vuole piangere c’è sempre qualcuno a cui lo narriamo. O per cui proviamo il costume da indossare per la narrazione. Ma questa è la comunicazione.
Ci sono momenti in cui ci pare di esser soli. E, pur non essendolo, lo siamo.
E’ quando tutti coloro per cui abbiamo narrato e tutti i costumi che abbiamo indossato per narrarlo sono frullati in un grido che non può propagarsi in assenza di aria. E rimane a sbattere come una palla contro un muro.
Un muro scrostato, roso dalla salsedine, che intravedi quando non ti aspetti più che alla porta della tua dimora fredda non possa bussare qualcuno. La strada che spii dalla finestra è una strada estiva e il calendario che aggiorni per far compagnia alle tue cellule agonizzanti segna Febbraio.
Senti l’odore dei vuoti passati, che hanno condiviso parole nelle gite fuori porta e che sono rimasti inosservati a macerare sempre la stessa quantità di carne della mente.
Non si dice l’abisso, perché ha tutte le parole del mondo: è muto.
Il caleidoscopio della tua vita, che assomma i colori, le forme, gli odori, le energie spese – non è che un vuoto. A cui ci si affeziona quando si divaga e che si gode quel tanto che basta per provare a raccontarlo. Ma non comunica con la comunicazione. E’ un buco di forze, che chiama a raccolta ciò che non sei e che ti è.
Siamo fatti per intenderci sull’inessenziale. A distillare antidoti per un morbo che non conosciamo. Perché noi non conosciamo compiutamente quell’assenza di forza che impone a noi la conoscenza.
Per parlare dobbiamo voltargli le spalle, e se gli abbiamo voltato le spalle è esso ad avercele girate.
Cosa ci dicono le persone con le loro sofferenze? Né più e né meno: che non appartengono a sé stessi.
Ho iniziato a parlare di qualcosa che non era distinto e che, da me percepito, ha voluto che parlassi. Ma poi le parole hanno iniziato a legarsi agli schemi che le associano, schemi a cottimo di noi che siamo altri.
Cercavo di parlare di un modo qualunque che avevo di dirlo. Parlare di come si dice. Ciò che non si può dire. E che non basta pensare di poter dire. Un po’ oltre c’è il fondo di ciò che deve rimanere inesprimibile.
La scienza medica, con le sue approssimazioni, lo dice meglio. Che significa quanto ho appena scritto? Che lo dica “meglio”, cosa vuol dire? Forse e semplicemente: che può mutarlo.
Alcune pillole mi trasformano in uno che ascolta il vuoto. Altre pillole eliminano il problema.
Basterebbe prendere solo quelle, intrufolarsi nella salute che gli altri ti concedono e che, nominandola, evocano per sé quando vogliono intrattenersi con l’idea del tuo essere. Così tutto è confuso: il nostro abisso ed il loro, la nostra salute e la loro, quest’indicibile e quell’altro ancora – che sono uguali – finalmente uguali – solo quando non sanno esprimersi.
Questo è l’abisso: l’impossibile niente percettibile in cui ogni discorso è azzerato, annichilito nel framezzo fra il silenzio e il bisogno di comunicarlo.
Non c’è – in altri termini, ciò che mi sforzo di dire ora, ma che non è né la mia assenza né la mia presenza. A metà: ci si avvicina alla sfera di vetro che è tutta la vita già vissuta, confusa e dolorosa di quanto abbiamo perso e non possiamo non perdere. Ma che si ha ancora il coraggio di prendere fra le mani. La follia, alcuni la chiamano. Ed è un buon modo per collocarsi appena fuori, per prenderla in mano.
Cose più leggere possiamo cantare: ma a cui non aderiamo mai completamente. E che, taluni di noi giudicano insufficiente.
Non voglio offenderti dicendoti: niente ti fai bastare, niente ti cattura e rapisce come capita ai bambini. Siamo rimasti bambini, lo sai, ma non è tutto. E’ che qualcosa è andato avanti nel frattempo, anche se vi abbiamo partecipato a metà. Anche se ci è sembrato che in qualche modo altri vi ci abbiano costretti. Non possiamo conciliare quel gesto bello che ci dà la morte con il piacere durevole di farne un vanto.
Rimane vuota la nostra stanza quando cerchiamo di raccontarcelo. Perché raccontando siamo sempre altro. Non possiamo neppure fare un vanto di questa debolezza di vivere; a ben guardare è solo vivere. Rimane un gesto che non compiamo mai, perché altrimenti non avrebbe voce.
C’è l’arte, l’arte, l’arte. Ma davvero non vorremmo rappresentare. Ci umilia talvolta pensare che non possiamo farne a meno. Non capiamo se ciò che siamo e ciò che ne raccontiamo potrà farci compagnia per qualche ora. Dobbiamo abituarci a non poter rimanere nei pressi delle nostre costruzioni, se poi quello che ci interessa non è trovare un modo come un altro per trascorrer questo tempo. Quello che ci interessa è impossibile. E non possiamo neppur disconnetterci abbastanza per non ricadere nella tentazione di dirlo. Siamo tarati per queste strade, per queste notti, per queste conversazioni. Le poltrone e i letti hanno la nostra forma. Ci innamoriamo degli specchi per poterli infrangere. Ci infrangiamo per specchiarci; e lo vedi? Le parole si scrivono da sole.
A quanta distanza sei dal poterle far tue oggi, e poi domani e poi dopodomani? Rimane costante solo la nostra provenienza dall’abisso. Neppure a comando possiamo scavare gli occhi e cercare l’abisso come un oggetto rassicurante protetto dalle tasche.
E’ pericoloso trarre conseguenze dall’abisso. Niente è e da niente niente consegue.
Dobbiamo prendere in giro le nostre molecole. Costruire finzioni che ci dilettino, che ci annoino, che ci dilettino ancora. Alcuni passano la vita a dirle per il mestiere di sé, come se ce ne fosse poi bisogno, come se il bisogno in qualche maniera derivasse da questo. Ma possiamo anche dimenticare, perché l’abisso non ci dimentica. I tasti del dolore sono banali, senza essere però più banali di quelli della sventatezza che occorre per dimenticarli.
Ancora più banalmente e ancora più salutarmente: possiamo stare bene. Senza sapere che voglia dire e senza sapere perché star bene sia meglio che star male.
Non vogliamo così bene all’umanità per scegliere senza dubbi la salute. Non vogliamo così bene a noi stessi, come attestano i sordidi rimedi che talvolta senza convinzione scegliamo per costruire una finzione comoda che contenga altri.
Gli altri ci consolano talvolta, e nell’attimo balzano in cui li convinciamo anche della più improbabile delle nostre elucubrazioni ci sembra di avere potere. Abbiamo potere sugli altri perché li inganniamo. Amiamo gli altri quando li convinciamo della stessa cosa con cui inganniamo noi stessi. Ciò non basta a rendere bello l’amore. L’amore è solo un bisogno. Ve ne sono altri di cui non andiamo così fieri, ma ne abbiamo bisogno. Vorremmo poter amare con la stessa naturalezza con cui andiamo di corpo. Ma esso è più fragile, più delicato, e possiamo sopravvivergli. Non v’è una necessità stringente di amare: possiamo produrre parole anche nella solitudine, nell’odio, nello spregio della cura che occorre per coltivare una pianta. Lasciamo che le cose muoiano se non ci divertono più. Amiamo solo quello su cui non abbiamo controllo: amiamo per amare. Viviamo per vivere. Un occhio è un occhio.
La malattia è anarchica. Ci somministra le sue intermittenze di abisso. Se non altro la salute è banale di una banalità che permette la coerenza di fingere parole più a lungo. Ma con la malattia non siamo a casa neppure nell’illusione della malattia: bramiamo presto un conforto, una ciotola in cui vomitare le nostre deiezioni e subito dopo le nostre buone aspirazioni.
Da dove traggo le forze per far cantare la mia malattia? Nei buoni propositi che ho distrutto. E cosa mi fa scattare dal buio per declamare un’idea, la più miserabile, persino? La straordinaria ricchezza abissale che ha tentato di uccidermi.
Sfuggiamo alla morte che bramiamo, sfuggiamo alla vita che non sa tenerci. Una palla al muro.
Sinché l’abisso ha voglia di giocare.